Gustavo Alàbiso - YVO Artikelbild

YVO

Mia zia Yvonne Long è mancata il 27 gennaio del 2017. In realtà si chiamava Ivonne, ma lei non ha mai dato molta importanza a questa „I“: al momento di mettere ordine tra le sue cose in vista del trasloco, abbiamo trovato dei documenti con la Y, altri con la I e addirittura uno con la J. Ma per noi Yvonne era semplicemente YVO.

Come sua sorella e suo fratello, Yvo era nata a Jacinto Arauz in Argentina. Nel 1942 si spostò con la famiglia in Uruguay, il Paese che le avrebbe dato una identità culturale: quando ne parlava, diceva „da noi“.

Suo padre, il pastore valdese Silvio Long, era arrivato dal Piemonte nel 1928 con Fernanda, la sua giovane sposa per occuparsi delle comunità di emigrati italiani di fede evangelica che avevano lasciato dietro di sé la povertá delle Valli valdesi, nelle Alpi Cozie, per cercare fortuna in Sudamerica.

Dopo la morte di Fernanda, padre e figlia, Yvo aveva allora 30 anni, si sono trasferiti prima  in Italia e subito dopo in Svizzera, dove Silvio ha svolto la cura pastorale della comunità evangelica di Lugano. E lei, che aveva studiato da infermiera, ha trovato lavoro all’ospedale civico.

Da allora padre e figlia hanno vissuto nello stesso appartamento;  e per me era normalissimo vederli sempre insieme, lei che si occupava di „papi“, come lo chiamava e lui che le dava la stabilità e la sicurezza di cui aveva bisogno.

Dopo i duri decenni in Sudamerica, sembrava che le cose andassero meglio per entrambi nel benessere di un Paese dell‘opulenza: Yvo aveva un’automobile, era indipendente, viaggiava da sola o insieme alle sue amiche in Grecia, Spagna, Parigi, frequentava regolarmente l’opera di Lugano.  Ma rimaneva comunque legatissima alla famiglia. Ogni anno veniva a trovare noi nipoti in Sicilia, oppure andava in Uruguay, dal fratello a Montevideo, per rinsaldare le numerose amicizie e placare la nostalgia.

Nel 1987, dopo aver ricoverato il padre in una casa di riposo per ragioni di forza maggiore, la depressione ha preso il sopravvento e le medicine sono diventate la garanzia del suo equilibrio. Ma comunque è sempre stata a disposizione della famiglia, quando la sorella si è ammalata gravemente Yvo l’ha assistita, quando c’era bisogno della sua automobile lei ce la dava. E pur vivendo lontani, noi eravamo per lei una difesa contro il resto del mondo. E con la vecchiaia il suo mondo si era ormai ridotto al perimetro del suo appartamento.

Questa breve e semplice storia è comunque la storia di una vita; e siccome vi ho preso parte anch’io – da bambino, da adolescente, e da adulto – mi sono sentito coinvolto fino alla fine.

La fotografia

Questo progetto è ancora un lavoro sulla memoria, questa volta su mia zia. Per fare  questo attingo in parte alle fotografie che lei ha conservato, il suo archivio personale, e in parte alle fotografie del mio archivio oppure a nuove immagini che scatto per completare questa raccolta.

A guardare le sue vecchie fotografie, ingiallite dal tempo, graffiate dall’incuria e sfuocate dall’uso di apparecchi fotografici a buon mercato, io mi commuovo. Queste immagini nelle quali il tempo è stato fissato avvolte prende spunto anche il nostro ricordo.

La foto con la bambola, dove „Ivoncita“ saluta la zia Alma in Italia nel 1940. La fototessera del passaporto, lei con il suo sguardo giovane ma allo stesso tempo interrogativo, scattata nel 1964 in partenza per l’Europa. Lei vestita da infermiera nell’ospedale dove lavorava, del 1967. Insieme a „papi“ nel 1983. La sua vita e la mia, Yvo a Riesi insieme a mio fratello e me con un bel cerotto bianco, e anche questo ha la sua storia.

Ricordi che fanno male, perchè sono avvenimenti lontanissimi, ma che  rimangono vividi, anche perchè queste foto me li ricordano.

Si tratta del tempo, l’affascinate e innarrestabile trascorrere del tempo, e della certezza che: „(…) nella FOTOGRAFIA non si può mentire, che ciò che si vede sia realmente stato là“. Roland Barthes La camera chiara.

Ma non voglio lasciare le fotografie così come le ho trovate, o almeno non sempre, perchè queste immagini hanno bisogno di essere presentate, di avere una cornice, un nuovo contesto ottico per creare una dinamica diversa. Elaborando le immagini e trasformandole cerco di estrapolare mia zia e di far emergere Yvonne, lei stessa, come si è vista o immaginata, come noi l’abbiamo vista e fotografata. Come ce la ricordiamo.

Il progetto YVO si completerà con un viaggio in Uruguay e Argentina nel 2019. Per la prima volta avrò il privilegio di visitare e fotografare i luoghi che lei ha vissuto, i paesi della sua infanzia e gioventù che ha sempre raccontato, il „dove“ che lei chiamava „da noi“.